DJ Ringo contro tutti: trap (‘una schifezza’), talent (‘la rovina’)

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Il direttore artistico di Virgin Radio DJ Ringo a tutto campo – e senza freni – su trap (‘una schifezza’), talent (‘la rovina’) e cosa non va nella musica italiana: ‘E’ colpa del sistema del quale anch’io faccio parte…’

Dj Ringo, voce storica di RockFM approdato – dopo i passaggi da RTL 102.5 e Radio 105 – alla direzione di Virgin Radio, sullo stato di salute del rock ha le idee chiare.  Ecco un estratto dell’intervista pubblicata da Rockol, per leggere tutto l’articolo clicca qui

Volevo farti vedere questa tabella estratta dall’ultimo rapporto annuale IFPI: riguarda i generi musicali più ascoltati nel mondo e in Italia suddivisi per fasce di età. Come vedi, il rock se la cava molto meno male di quanto si possa pensare...

E’ una cosa che mi fa felice. Vedo che quella schifezza di trap è ultima: meno male. Mi spiace che il cantautorato sia così basso, perché ne ho sempre avuto molto rispetto, anche se 49% non è una percentuale poi così bassa. Per i concerti rock la gente inizia a comprare i biglietti e a prenotare gli alberghi otto mesi prima. Ci sono eventi hanno affluenze di 70/80mila persone. Questi dati, quindi, hanno un senso: non mi sembra che concerti trap o eventi rap possano fare questi numeri. Il problema sono i social e le televisioni, che ci danno dei precisi modelli di ascolto e visibilità, altrimenti non potremmo spiegarci come certi influencer che non capiscono nulla di niente abbiamo tre milioni di follower. Cosa offrono, gli influencer? Quello è un mondo che non guardo. Perché io mi sento come una galassia. Vedo questi pianeti di altre galassie che mi girano attorno, magari più grandi della mia: io li guardo, ne prendo atto. Ma quando attaccano il mio, di pianeta, dico fermi tutti, perché le cose non stanno così. E questi dati lo dimostrano.

Parlando di attacchi al tuo pianeta, quello del rock, non trovi che quelli più efficaci – il più delle volte – siano figli di una specie di “fuoco amico”? Pensa a quello che hanno dichiarato Roger Daltrey e Pete Townshend…

Ne ho parlato, con Townshend, della sua dichiarazione sulla perdita di rilevanza della chitarra. Lui parlava per sé, e più in generale del rock inglese: mi ha detto che ora si sente più libero, che usa molto di più le tastiere e l’elettronica – che del resto usava già allora, basti pensare alla intro di “Baba O’Riley”. Non lo si può accusare di essersi buttato sull’elettronica per ragioni di moda…

Ma credi che abbia ragione, sulla perdita di rilevanza del rock chitarristico? C’è ancora margine per evolversi, musicalmente, con le sei corde?

Sì, c’è. Parlando da ascoltatore, io mi sono sempre sentito più portato verso la chitarra: uno dei miei rimpianti più grandi è quello di non aver mai imparato a suonarla. La chitarra, per me, è il simbolo della musica, non solo del rock. Ecco, adesso chi leggerà l’intervista dirà: no, è il pianoforte. E’ il Conservatorio…

Ma, come diceva Frank Zappa, chi fa musica classica va al Conservatorio, chi fa rock’n’roll…

… va nei garage. La chitarra è un’icona, un simbolo. E’ come la moto, mi dà una scarica di adrenalina che mi fa sentire giovane. Sono oggetti imprescindibili: come si fa a fare musica, anche pop, senza la chitarra? Ma oggi mancano le band, probabilmente ha ragione Townshend. Oggi non ci sono più eroi come Clapton, di quelli capace di imprimere a un sound la propria impronta, gente come BB King, Pat Metheny, David Gilmour, che riesci a riconoscere al primo colpo di plettro. Artisti così non li troveremo più. Oggi i giovani che fanno rock sono più preoccupati di essere fighi, di avere il pezzo figo. Ci sono band come Editors, Muse o Placebo, che fanno grande musica, ma delle quali nessuno si ricorda il nome del chitarrista. Bellamy e Molko passano presso il grande pubblico come frontman, non come chitarristi. Per la gente i Byrds sono i Byrds, non quelli che usavano le Rickenbacker a dodici corde. Adesso la gente guarda il prodotto finale, e basta. E succede anche con gli artisti del passato…

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